Pubblicato sul numero 36 di AudioGallery.
Dello Spatial Audio di Apple avevo parlato in termini piuttosto critici/dubbiosi al momento dell’annuncio, quindi su AG 30. A distanza di poco più di un anno mi sono trovato a “toccare con mano” la faccenda e mi sembra doveroso darvene conto, non foss’altro per tenervi aggiornati. Piccolo antefatto: il mio carissimo amico Stefano Greco, pianista classico di caratura internazionale, sta finalizzando assieme al suo Sound Engineer il mixing della registrazione dell’Arte della fuga di J.S. Bach. In passato ho avuto il piacere (e l’onore) di ospitare entrambi in casa mia per delle prove di ascolto del loro lavoro sul mio sistema audio che, manco a dirlo, è del tipo a due canali (chi mi segue su questa rivista sa anche come è composto). Bene, qualche giorno fa il mio amico mi chiama dicendomi che avrebbe voluto farmi ascoltare qualcosa di sensazionale. Di cosa si trattava? Della versione mixata in Spatial Audio, cioè in Dolby Atmos, di alcune delle tracce che avevo ascoltato nella versione stereo in PCM a 384kHz. Il setup per l’ascolto, con mia incredulità, era composto da un iPhone al quale erano collegati via Bluetooth gli auricolari Apple AirPods Pro di seconda generazione.

Li ho indossati con riluttanza, data la mia idiosincrasia nei confronti delle cuffie (tutte, nessuna esclusa); tuttavia, allorquando la musica ha cominciato a fluire nelle mie orecchie (o “nel mio cervello”, per meglio dire) ho avuto un sussulto. Lasciamo perdere la parte relativa allo “Spatial”, alla quale onestamente non riesco ad attribuire un valore aggiunto. Per chi non sapesse di cosa sto parlando dirò che le sofisticate cuffiette Apple sono dotate di giroscopi interni in grado di rilevare la posizione della testa dell’ascoltatore nonché i suoi eventuali movimenti rispetto alla sorgente, l’iPhone nel caso specifico, così da adattare in tempo reale ed in modo opportuno il segnale riprodotto in termini di direzionalità. L’idea è quella di riprodurre il rapporto spaziale tra ascoltatore e sorgente sonora. Per ottenere tale risultato vengono impiegati complessi filtri audio direzionali, che regolano le frequenze e la relativa fase in modo che i suoni che ogni orecchio sente possono essere posizionati praticamente ovunque in uno spazio 3D; quindi davanti, di lato, di dietro e anche di sopra. Lo Spatial Audio deriva dal Dolby Atmos la cui prima e prevalente utilizzazione è nel cinema; qui è ragionevole pensare ad un “osservatore” (più che ad un ascoltatore) di un evento video/audio nel quale si trova completamente immerso. I 128 “oggetti sonori” che il sistema è in grado di gestire possono essere associati a fonti di suono in movimento rispetto a chi guarda/ascolta (una astronave, una automobile, attori che si muovono nel corso dell’azione, ecc.). In ambito musicale tuttavia faccio fatica a capirne l’utilità: anche nel caso di una Live Performance in un auditorium chi suona sta sul palco e chi ascolta sta seduto o in piedi (magari ballando), ma grossomodo sempre nel medesimo punto dello spazio. Diverso sarebbe il discorso allorquando si ascoltasse una musica composta ab ovo pensando ad un fruitore posto all’interno di un campo sonoro. Qualcosa di molto diverso rispetto al Contrapunctus 1 di J.S.Bach che ho ascolto nel corso della mia prima prova. Certo, se le riflessioni ambientali fossero anch’esse opportunamente modellizzate come oggetti sonori, sarebbe possibile simulare in modo molto preciso l’acustica ambientale dello spazio nel quale è stata effettuata la ripresa.

Ma torniamo alla prova di ascolto. Cosa mi ha colpito? Strano a dirsi ma è stata l’inattesa accuratezza timbrica, specialmente in relazione al mezzo di ascolto, cioè le cuffiette. La cosa più importante però è che ne è rimasto impressionato anche l’esecutore del brano che si è riconosciuto in quel che stava ascoltando, cosa nient’affatto scontata. Mi sono immediatamente chiesto se questo inatteso risultato fosse da ascriversi solo a merito degli auricolari Apple. Per provare a rispondere a tale domanda ho fatto qualche prova, prima fra tutte l’ascolto della medesima traccia in un normale formato PCM, riscontrando una qualità leggermente inferiore sul versante dell’attendibilità timbrica. Dopodiché ho proseguito provando ad uscire, almeno parzialmente, dall’ecosistema Apple, vediamo come. L’ascolto di musica in formato Spatial Audio/Atmos è possibile solo mediante alcuni dispostivi Applee attraverso la piattaforma di streaming Apple Music dove ci sono migliaia di tracce 1 codificate in Atmos. Bisogna tuttavia ricordare che l’implementazione di tale tecnologia sulla piattaforma riguarda – evidentemente – solo l’audio, dove il tracciamento della testa, come ho scritto poc’anzi, non è un fattore determinate. Questo non trascurabile dettaglio apre a più dispositivi la possibilità di essere impiegati. In altre parole, non è indispensabile avere un paio di cuffie Apple (o Beats) per ascoltare i brani Dolby Atmos da un iPhone o iPad: qualsiasi cuffia funzionerà, purché venga abilitata un’impostazione specifica nelle preferenze di sistema che farà sì che anche le cuffie non Apple riproducano correttamente le tracce Dolby Atmos. Per quanto attiene all’accesso alla piattaforma è possibile sfruttare il mese di prova gratuito al termine del quale si potrà decidere se rimanere abbonati o meno.

A titolo di curiosità segnalo che anche gli iMac 24 possono riprodurre in Spatial Audio mediante i loro sei speaker interni. E anche qualcuno dei portatili più recenti può farlo. Essendo felice possessore di un iMac 24 ne ho subito approfittato per ascoltare The Best of Talking Heads (Remastered), apprezzando un eccellente equilibrio timbrico assieme alla quasi straniante sensazione di una “bolla di suono” che originava dal mio computer espandendosi in tutte le direzioni, pur mantenendo la coerenza dei mutui rapporti spaziali fra gli strumenti. Forte di questa scoperta ho passato diverse ore ad ascoltare tracce codificate in Spatial Audio, esperienza che consiglio a tutti di fare. In effetti si è letteralmente immersi in un campo sonoro anziché percepirlo frontalmente dinanzi a noi e su questo non c’è dubbio. Tuttavia mi è sembrato di capire che, almeno al momento, vi è una completa disomogeneità tra le varie registrazioni. Accanto ad alcune molto ben riuscite, che utilizzano con intelligenza e parsimonia le possibilità spaziali, ottenendo al contempo risultati eccellenti su versante dell’accuratezza sonica, ve ne sono altre che puntano all’inutile spettacolarizzazione. Questo, unitamente a qualche informazione ricevuta da chi opera nel settore della registrazione, mi porta a pensare che si tratti di una tecnologia non solo agli albori del suo sviluppo, ma anche terribilmente complessa da utilizzare.
Per ora mi fermo qui, invitandovi a sperimentare nel modo semplice ed economico che voi suggerito. Prometto di tornare sull’argomento nelle prossime puntate.
Giulio Salvioni




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