Il caso della Nona Sinfonia di Beethoven
Da cosa deriva il valore di settantaquattro minuti di durata massima del CD? La risposta alla domanda ha a che fare con Ludwig van Beethoven e la storia legata al numero 74 è diventata una sorta di curiosa leggenda nell’ambito dell’audio per cui vale la pena riportarla. Sia Sony che Philips erano consapevoli che Herbert Von Karajan sarebbe stato un testimonial determinante per il successo del nuovo formato al quale stavano lavorando. Già prima del debutto ufficiale il leggendario direttore d’orchestra aveva magnificato le doti della nuova tecnologia in diverse interviste, accettando di presenziare alla conferenza stampa di presentazione del prototipo del CD che si sarebbe dovuta tenere a Vienna (Fig. 10). Von Karajan aveva però posto una condizione: che la nuova tecnologia potesse consentire agli ascoltatori di ascoltare l’intera Nona Sinfonia di Beethoven senza interruzioni. La registrazione più lunga che la Sony riuscì a trovare fu una del 1951 di Wilhelm Furtwängler, che durava appunto 74 minuti. Esistono tuttavia un’altra versione di questa storia che dice che fu il presidente della Sony ad insistere sul fatto che la Nona Sinfonia avrebbe dovuto entrare nella sua interezza in un solo CD. Quale che sia quella vera, l’ultima sinfonia di Beethoven è alla base di almeno un paio delle caratteristiche tecniche del formato Compact Disc (l’altra riguarda la scelta della frequenza di campionamento posta a 44,1 kHz). Vi è poi una versione della stessa storia molto meno artistica e più commerciale che è stata rivelata da un ingegnere del team di lavoro della Philips, Kees A. Schouhamer Immink, spiegò che la sua azienda faceva pressione affinché il CD avesse dimensioni simili a quelle della musicassetta, mentre Sony spingeva per un disco da 12 cm, cioè leggermente più grande, perché sapeva che Philips possedeva già una fabbrica in grado di produrre dischi da 11,5 cm e se avessero scelto la versione da 12 cm come standard del settore, avrebbero eliminato il vantaggio competitivo di Philips nella produzione. Alla fine la durata massima fu fissata in 74 minuti e 33 secondi permettendo così ai consumatori di ascoltare l’intera Nona Sinfonia senza interruzioni. In effetti, almeno nei primi anni di produzione, il vero limite per i CD era di 72 minuti e non 74 minuti, poiché questa era la lunghezza massima delle videocassette U-Matic utilizzate per realizzare i master audio. Per arrivare a mettere la registrazione di Furtwängler su un singolo CD si sarebbe dovuto attendere sino al 1997, allorquando gli sviluppi tecnologici permisero di superare questo ultimo ostacolo.

Epilogo: l’evoluzione dell’audio digitale
Il Compact Disc ha dominato quasi totalmente il mercato dell’audio di consumo fino all’inizio degli anni duemila. Paradossalmente, quasi al raggiungimento della sua maturità e dunque in concomitanza con la risoluzione delle problematiche tecniche che ne hanno afflitto i primi di anni di vita, gli sviluppi della tecnologia informatica lo hanno reso obsoleto in quanto virtualmente ridondante. Responsabile di questo ulteriore passaggio è stato il file audio digitale. Indipendentemente dal suo formato (.WAV, .FLAC, ALAC, .mp3 e molti altri), il file audio ha consentito un passaggio epocale: svincolare il contenuto (la musica) dal contenitore (il supporto fisico). In questo nuovo paradigma il contenitore non c’è più e il file audio diviene smaterializzato. Vale la pena di riflettere sulle conseguenze in termini sonici/qualitativi di tale passaggio, al di là delle considerazioni di natura commerciale sulle quali torneremo più avanti. Negli ultimi vent’anni anni il costo delle memorie dei computer si è ridotto drasticamente mentre le prestazioni tecniche dei dispositivi digitali si sono elevate sino a vertici mai sperimentati in precedenza. Questi due fattori hanno permesso la realizzazione di file audio di qualità assai elevata seppur di enormi dimensioni. Detto in altri termini è stato finalmente possibile dispiegare la completa potenza dell’audio digitale una volta rimossa la barriera del formato Compact Disc le cui specifiche tecniche (44,1 kHz/16 Bit) erano state determinate dalla tecnologia disponibile nel 1979.
Dal punto di vista commerciale o, se preferiamo, della distribuzione, i file audio hanno avuto ricadute devastanti: se combinati con algoritmi di compressione del segnale digitale che ne riducono notevolmente le dimensioni, essi possono essere facilmente trasferiti su reti informatiche generiche (come allegati alle e-mail) o basate su protocolli specifici. Questo è quel che è successo nei primi anni ottanta del secolo scorso: con la complicità della contemporanea diffusione della rete Internet, unita ai rapidi sviluppi dell’home computing, si è assistito al fenomeno della distribuzione illegale di file digitali (audio e multimedia). Tale fenomeno è stato facilitato dalle tecnologie di condivisione peer to peer come Napster e BitTorrent. Solo l’introduzione da parte della Apple Computer di iTunes Music Store, avvenuta il 28 aprile 2003, assieme al popolare lettore multimediale portatile iPod, ha posto un freno alla pratica dello scambio illegale dei file e alle conseguenti perdite economiche che per alcuni anni avevano messo in dubbio l’esistenza stessa dell’industria discografica. Quel passaggio ha però avuto almeno un paio di conseguenze importanti a livello artistico: l’adesione al Music Store di Apple imponeva alle case discografiche di accettare l’idea della vendita della singola traccia. Questo diede il via al fenomeno degli artisti che pubblicavano un single e poi scomparivano dalla scena musicale. Veniva inoltre meno la necessità del progetto discografico su ampia scala, stante il fatto che era ormai pratica comune pubblicare una sola traccia per volta. Dal lato dell’utente finale iniziava a diffondersi la pratica di costruire selezioni musicali basate sul solo criterio della relazione con l’occasione di consumo: nasceva così il fenomeno delle Playlist per correre/studiare/guidare/meditare/lavorare/ecc. Infine, l’abitudine ad ascoltare queste playlist su dispositivi personali (dapprima l’iPod, successivamente lo smartphone che lo fagociterà nel corso degli anni), ha trasformato l’esperienza di ascolto da fenomeno collettivo a personale.
Al di là delle problematiche inerenti la violazione del diritto d’autore, lo sviluppo dell’audio digitale ha recato notevoli vantaggi ai consumatori e alle etichette discografiche. Oltre a facilitare il trasferimento e l’archiviazione, questa tecnologia ha alimentato la disponibilità dei cosiddetti titoli back catalogue archiviati negli archivi delle etichette discografiche, grazie alla possibilità di convertire vecchie registrazioni e distribuirle digitalmente a una frazione del costo della ristampa fisica degli album su LP o CD. L’audio digitale ha anche consentito notevoli miglioramenti nel restauro e nella rimasterizzazione delle registrazioni elettriche acustiche e comunque pre-digitali.




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