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La registrazione audio: una storia minima (parte quarta)

Periodo digitale (1975 – fino ad oggi)Il quarto periodo è quello nel quale ancora oggi ci troviamo ed è caratterizzato dall’introduzione delle tecnologie digitali che hanno portato i cambiamenti più rapidi e di vasta portata nella storia della registrazione audio. In un lasso di tempo inferiore a vent’anni tutte le precedenti tecnologie di registrazione sono state rese obsolete dalla codifica del suono digitale.I fondamenti teorici della conversione di un segnale audio in una sequenza di numeri erano noti da decenni,1Risale al 1949 il teorema del campionamento di Nyquist-Shannon che definisce la minima frequenza, detta frequenza di Nyquist, necessaria per campionare un segnale analogico senza perdere informazioni, e per poter quindi ricostruire il segnale analogico originario. ma soltanto negli anni Settanta l’avanzamento delle tecnologie di base ne rese possibile l’applicazione per ottenere registrazioni di qualità. Il procedimento di memorizzazione e riproduzione di un suono digitale consta di diversi passaggi: una volta che un suono è stato convertito in un segnale elettrico con un microfono, è possibile eseguire misurazioni del livello del segnale elettrico a intervalli brevissimi (frequenza di campionamento). Ogni misurazione è rappresentata da un numero, che viene memorizzato con una qualsivoglia tecnologia (memoria di un computer, supporto magnetico, supporto ottico, ecc.). Questo primo passaggio prende il nome di conversione analogica/digitale (A/D). Per riprodurre il suono è necessario svolgere l’operazione complementare, detta conversione digitale/analogica (D/A) che consiste nel richiamare i numeri dalla memoria con la stessa frequenza di campionamento alla quale sono stati ricavati, e utilizzarli per ricostruire un segnale elettrico, che a sua volta può essere trasformato in suono da un altoparlante. I registratori digitali introdotti negli anni Settanta utilizzavano come supporto le cassette dei videoregistratori poiché all’epoca i computer erano poco potenti, le memorie costose e di scarsa capacità, le linee di trasmissione dei dati troppo lente per poter pensare alla distribuzione di contenuti in formato digitale (streaming): la registrazione e la parziale elaborazione del segnale erano quindi le uniche applicazioni commerciali disponibili. Verso la fine degli anni settanta divenne chiaro che, mediante la tecnologia di lettura laser, sarebbe stato possibile realizzare e mettere in produzione un sistema di distribuzione di registrazioni audio in formato digitale. Nel 1979 Philips e Sony iniziarono a studiare il sistema che sarebbe diventato il Compact Disc (CD). Le case discografiche, dal loro lato, intuirono che il nuovo formato avrebbe ampiamente migliorato lo standard qualitativo dell’alta fedeltà, specialmente nel settore della musica colta che sarebbe stato inizialmente privilegiato dalle fasce di consumatori più abbienti. Decisero quindi di investire risorse economiche intensificando la realizzazione di registrazioni digitali dapprima nell’ambito della musica colta, giacché le tecniche di montaggio digitale disponibili all’epoca erano ancora piuttosto rozze e inadatte alle procedure della pop music, estendendo successivamente ad altri generi.
Il CD fu lanciato sul mercato nipponico nel 1982 e nel resto del mondo nel 1983 ponendo all’industria discografica una miriade di problemi, primo fra tutti quello relativo all’accettazione del nuovo formato da parte del grande pubblico al quale si chiedeva non solo di investire del denaro per dotarsi di un lettore adeguato, ma anche di spendere più di quanto era solito fare per acquistare un disco LP. Ci si chiedeva inoltre se, nella fase di transizione, il pubblico avrebbe accettato la convivenza dei due formati CD ed LP, caratterizzati da prestazioni tanto diverse (almeno sulla carta). Inoltre, poiché le fabbriche per la realizzazione dei CD richiedevano enormi investimenti, si aveva il timore che si sarebbe verificata una concentrazione monopolistica della manifattura associata a scarsa disponibilità. C’era poi l’interrogativo legato a come e quando trasferire su CD il repertorio presente nei cataloghi, il che implicava fare accettare al pubblico l’idea della pubblicazione di supporti digitali contenenti registrazioni analogiche. E ancora: come utilizzare la maggiore durata disponibile (oltre 70 minuti), visto che tutti gli album realizzati per il formato LP duravano non più di 45 minuti? Bisognava inoltre capire come sarebbe stata influenzata la scaletta dei brani in un album di musica pop una volta messo su un supporto che non presentava le stesse caratteristiche del 33 giri che ha due facciate e al quale manca l’accesso diretto ad ogni singola traccia. Anche l’artwork fu oggetto di analisi: come sarebbero state accolte le piccole dimensioni del supporto e della sua confezione, dopo almeno due decenni di album pop adorati dal pubblico anche per le loro copertine di trenta centimetri di lato? Non dobbiamo dimenticare che i fasti del Progressive Rock si erano appena conclusi e quello fu il periodo in cui l’artwork conobbe il suo massimo fulgore.2Si pensi alle copertine dei dischi dei più famosi gruppi del Progressive come Yes, Genesis, E.L.P., Pink Floyd, Jethro Tull, Gentle Giant, ecc. L’industria musicale era impreparata ad affrontare tali interrogativi che, in taluni casi, non fu in nemmeno in grado di capire. Il focus era tutto concentrato sulla presunta, schiacciante superiorità tecnica del nuovo supporto che avrebbe garantito registrazioni perfette, dischi dalla durata illimitata, nonché l’azzeramento delle differenze tra i vari lettori in fase di riproduzione dovuta alla codifica digitale. Oggi, a quarant’anni di distanza, possiamo affermare che le cose non andarono come previsto. Il suono delle prime registrazioni digitali era tutt’altro che eccellente. I lettori CD trascurarono inizialmente la sezione analogica per concentrarsi esclusivamente su quella digitale, con il risultato che la gran parte delle vecchie registrazioni analogiche su nastro o LP suonavano in modo nettamente superiore quanto a coerenza timbrica e correttezza armonica. Anche le apparecchiature di studio e le tecniche di registrazione dovettero essere adeguate al nuovo standard e fu necessario ripensare completamente il workflow da impiegare nel corso delle sessioni di registrazione, cosa per il quale fu necessario attendere l’avvento di workstation sufficientemente potenti e a costi accessibili, capaci di mettere a disposizione degli ingegneri del suono un numero impressionate di tracce (diverse decine), utilizzandone una o più per ogni strumento suonato. Ci vollero almeno quindici anni per arrivare a comprendere i segreti del digitale e poter realizzare delle registrazioni valide dal punto di vista sonico e dei lettori che non le mortificassero.Nonostante tutti i problemi il Compact Disc sostituì rapidamente sia l’album da 12 pollici che il singolo da 7 pollici come formato standard di consumo, apportando comunque un miglioramento qualitativo grazie all’ampia gamma dinamica (~96dB), all’ottimo rapporto segnale/rumore e alla notevole capacità di archiviazione.

Il caso della Nona Sinfonia di Beethoven

Da cosa deriva il valore di settantaquattro minuti di durata massima del CD? La risposta alla domanda ha a che fare con Ludwig van Beethoven e la storia legata al numero 74 è diventata una sorta di curiosa leggenda nell’ambito dell’audio per cui vale la pena riportarla. Sia Sony che Philips erano consapevoli che Herbert Von Karajan sarebbe stato un testimonial determinante per il successo del nuovo formato al quale stavano lavorando. Già prima del debutto ufficiale il leggendario direttore d’orchestra aveva magnificato le doti della nuova tecnologia in diverse interviste, accettando di presenziare alla conferenza stampa di presentazione del prototipo del CD che si sarebbe dovuta tenere a Vienna (Fig. 10). Von Karajan aveva però posto una condizione: che la nuova tecnologia potesse consentire agli ascoltatori di ascoltare l’intera Nona Sinfonia di Beethoven senza interruzioni. La registrazione più lunga che la Sony riuscì a trovare fu una del 1951 di Wilhelm Furtwängler, che durava appunto 74 minuti. Esistono tuttavia un’altra versione di questa storia che dice che fu il presidente della Sony ad insistere sul fatto che la Nona Sinfonia avrebbe dovuto entrare nella sua interezza in un solo CD. Quale che sia quella vera, l’ultima sinfonia di Beethoven è alla base di almeno un paio delle caratteristiche tecniche del formato Compact Disc (l’altra riguarda la scelta della frequenza di campionamento posta a 44,1 kHz). Vi è poi una versione della stessa storia molto meno artistica e più commerciale che è stata rivelata da un ingegnere del team di lavoro della Philips, Kees A. Schouhamer Immink, spiegò che la sua azienda faceva pressione affinché il CD avesse dimensioni simili a quelle della musicassetta, mentre Sony spingeva per un disco da 12 cm, cioè leggermente più grande, perché sapeva che Philips possedeva già una fabbrica in grado di produrre dischi da 11,5 cm e se avessero scelto la versione da 12 cm come standard del settore, avrebbero eliminato il vantaggio competitivo di Philips nella produzione. Alla fine la durata massima fu fissata in 74 minuti e 33 secondi permettendo così ai consumatori di ascoltare l’intera Nona Sinfonia senza interruzioni. In effetti, almeno nei primi anni di produzione, il vero limite per i CD era di 72 minuti e non 74 minuti, poiché questa era la lunghezza massima delle videocassette U-Matic utilizzate per realizzare i master audio. Per arrivare a mettere la registrazione di Furtwängler su un singolo CD si sarebbe dovuto attendere sino al 1997, allorquando gli sviluppi tecnologici permisero di superare questo ultimo ostacolo.

(Fig. 10) Immagine ripresa nel corso di una riunione di valutazione del nuovo standard CD. Da sinistra: Joop Sinjou (capo progetto di Philips), Herbert von Karajan, Akio Morita (Presidente Sony). (tratto da: https://www.dutchaudioclassics.nl/Philips-test-unit-compact-disc-format/)

 Epilogo: l’evoluzione dell’audio digitale

Il Compact Disc ha dominato quasi totalmente il mercato dell’audio di consumo fino all’inizio degli anni duemila. Paradossalmente, quasi al raggiungimento della sua maturità e dunque in concomitanza con la risoluzione delle problematiche tecniche che ne hanno afflitto i primi di anni di vita, gli sviluppi della tecnologia informatica lo hanno reso obsoleto in quanto virtualmente ridondante. Responsabile di questo ulteriore passaggio è stato il file audio digitale. Indipendentemente dal suo formato (.WAV, .FLAC, ALAC, .mp3 e molti altri), il file audio ha consentito un passaggio epocale: svincolare il contenuto (la musica) dal contenitore (il supporto fisico). In questo nuovo paradigma il contenitore non c’è più e il file audio diviene smaterializzato. Vale la pena di riflettere sulle conseguenze in termini sonici/qualitativi di tale passaggio, al di là delle considerazioni di natura commerciale sulle quali torneremo più avanti. Negli ultimi vent’anni anni il costo delle memorie dei computer si è ridotto drasticamente mentre le prestazioni tecniche dei dispositivi digitali si sono elevate sino a vertici mai sperimentati in precedenza. Questi due fattori hanno permesso la realizzazione di file audio di qualità assai elevata seppur di enormi dimensioni. Detto in altri termini è stato finalmente possibile dispiegare la completa potenza dell’audio digitale una volta rimossa la barriera del formato Compact Disc le cui specifiche tecniche (44,1 kHz/16 Bit) erano state determinate dalla tecnologia disponibile nel 1979.

Dal punto di vista commerciale o, se preferiamo, della distribuzione, i file audio hanno avuto ricadute devastanti: se combinati con algoritmi di compressione del segnale digitale che ne riducono notevolmente le dimensioni, essi possono essere facilmente trasferiti su reti informatiche  generiche (come allegati alle e-mail) o basate su protocolli specifici. Questo è quel che è successo nei primi anni ottanta del secolo scorso: con la complicità della contemporanea diffusione della rete Internet, unita ai rapidi sviluppi dell’home computing, si è assistito al fenomeno della distribuzione illegale di file digitali (audio e multimedia). Tale fenomeno è stato facilitato dalle tecnologie di condivisione peer to peer come Napster e BitTorrent. Solo l’introduzione da parte della Apple Computer di iTunes Music Store, avvenuta il 28 aprile 2003, assieme al popolare lettore multimediale portatile iPod, ha posto un freno alla pratica dello scambio illegale dei file e alle conseguenti perdite economiche che per alcuni anni avevano messo in dubbio l’esistenza stessa dell’industria discografica. Quel passaggio ha però avuto almeno un paio di conseguenze importanti a livello artistico: l’adesione al Music Store di Apple imponeva alle case discografiche di accettare l’idea della vendita della singola traccia. Questo diede il via al fenomeno degli artisti che pubblicavano un single e poi scomparivano dalla scena musicale. Veniva inoltre meno la necessità del progetto discografico su ampia scala, stante il fatto che era ormai pratica comune pubblicare una sola traccia per volta. Dal lato dell’utente finale iniziava a diffondersi la pratica di costruire selezioni musicali basate sul solo criterio della relazione con l’occasione di consumo: nasceva così il fenomeno delle Playlist per correre/studiare/guidare/meditare/lavorare/ecc. Infine, l’abitudine ad ascoltare queste playlist su dispositivi personali (dapprima l’iPod, successivamente lo smartphone che lo fagociterà nel corso degli anni), ha trasformato l’esperienza di ascolto da fenomeno collettivo a personale.

Al di là delle problematiche inerenti la violazione del diritto d’autore, lo sviluppo dell’audio digitale ha recato notevoli vantaggi ai consumatori e alle etichette discografiche. Oltre a facilitare il trasferimento e l’archiviazione, questa tecnologia ha alimentato la disponibilità dei cosiddetti titoli back catalogue archiviati negli archivi delle etichette discografiche, grazie alla possibilità di convertire vecchie registrazioni e distribuirle digitalmente a una frazione del costo della ristampa fisica degli album su LP o CD. L’audio digitale ha anche consentito notevoli miglioramenti nel restauro e nella rimasterizzazione delle registrazioni elettriche acustiche e comunque pre-digitali.

Scritto da Giulio Salvioni

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