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La storia di Bowers & Wilkins

Ci sono aziende che costruiscono diffusori acustici e aziende che, nel corso degli anni, finiscono per influenzare il modo stesso di concepirli. La storia della Bowers & Wilkins appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è soltanto quella di un marchio britannico nato in un piccolo negozio di provincia, ma il racconto di un’idea rimasta sorprendentemente coerente per oltre sessant’anni: progettare un diffusore capace di sparire all’ascolto, lasciando parlare esclusivamente la registrazione. Oggi il nome Bowers & Wilkins è sinonimo di ricerca tecnologica e di prodotti diventati autentiche icone, a partire dalla serie 800 alla Nautilus. Ma per capire perché un’azienda inglese sia riuscita a conquistare gli studi di registrazione più prestigiosi del mondo e milioni di appassionati, bisogna tornare alla Gran Bretagna del dopoguerra.

La scuola inglese dell’Hi-Fi

Gli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano probabilmente il periodo più fertile della storia dell’alta fedeltà britannica. In un Paese ancora impegnato nella ricostruzione economica, iniziavano a nascere aziende destinate a diventare leggendarie. Tannoy era già un punto di riferimento nel settore professionale, Wharfedale stava contribuendo alla diffusione dell’Hi-Fi domestica, mentre KEF, Celestion, Rogers e, poco dopo, Spendor avrebbero dato vita a quella che oggi conosciamo come la “British School”. Erano anni straordinari, dominati dall’entusiasmo e dalla sperimentazione. Molti progettisti sviluppavano i loro diffusori affidandosi soprattutto all’esperienza d’ascolto, cercando un equilibrio timbrico piacevole e naturale. Il risultato era un suono raffinato, spesso caldo, estremamente musicale, ma inevitabilmente legato anche alla sensibilità personale di chi progettava, ma John Bowers aveva una visione diversa. Era convinto che un diffusore non dovesse possedere una propria personalità. Non doveva essere “caldo”, “morbido” o “coinvolgente”. Doveva semplicemente riprodurre il segnale inciso con la massima fedeltà possibile. Per riuscirci, riteneva indispensabile sostituire l’intuizione con la misura, l’impressione soggettiva con la ricerca scientifica. Un concetto che oggi appare quasi ovvio, ma che alla metà degli anni Sessanta era profondamente innovativo.

Il negozio di Worthing e la dea bendata

Prima di diventare un costruttore, John Bowers era un commerciante. Dopo aver prestato servizio nella Royal Corps of Signals durante la Seconda guerra mondiale, aprì insieme all’amico Roy Wilkins un negozio di alta fedeltà a Worthing, cittadina della costa meridionale inglese. Quel negozio non vendeva prodotti Bowers & Wilkins, semplicemente perché la Bowers & Wilkins ancora non esisteva, era un punto d’incontro per gli appassionati, un luogo dove si ascoltavano le migliori elettroniche disponibili sul mercato britannico e dove John Bowers trascorreva intere giornate confrontando apparecchi, discutendo con i clienti e maturando un’idea sempre più precisa di ciò che mancava ai diffusori dell’epoca.

Il destino volle che una cliente particolarmente affezionata, Dorothy Robinson, lasciasse a John Bowers una consistente eredità. Chiunque avrebbe probabilmente investito quel denaro per espandere l’attività commerciale, Bowers, invece, fece una scelta completamente diversa. Decise di costruire i diffusori che aveva da sempre immaginato. E quella donazione cambiarono le sorti dell’azienda. Senza Dorothy Robinson, con ogni probabilità, non stareste leggendo la storia della Bowers & Wilkins.

I primi passi verso la neutralità

I primi diffusori prodotti dall’azienda, identificati semplicemente come P1, P2 e P3, avevano ancora una diffusione limitata, ma contenevano già il DNA che avrebbe caratterizzato tutte le produzioni successive. John Bowers era convinto che un diffusore dovesse essere progettato esattamente come uno strumento scientifico. Ogni risonanza doveva essere misurata, ogni riflessione analizzata, ogni componente verificato sperimentalmente. L’ascolto rimaneva importante, ma arrivava soltanto alla fine del processo progettuale. Era un approccio quasi ingegneristico, decisamente inconsueto in un settore ancora dominato dall’empirismo. Questa impostazione portò rapidamente alla nascita del DM1, presentato nel 1970. La sigla significava Domestic Monitor e raccontava già tutto. Non un diffusore pensato per stupire, ma uno strumento destinato a portare nelle abitazioni gli stessi criteri di neutralità richiesti negli studi di registrazione. Le sue prestazioni impressionarono gli addetti ai lavori e dimostrarono che il metodo seguito da John Bowers non era soltanto teoricamente corretto, ma produceva risultati concreti.

Il tweeter collocato sopra il mobile principale non era una scelta estetica, ma la risposta a un preciso problema acustico. Separando fisicamente il trasduttore per le alte frequenze si riducevano le diffrazioni provocate dal cabinet e si migliorava la dispersione

Durante il decennio successivo Bowers & Wilkins iniziò una crescita costante. Arrivarono le DM2, le DM4, le DM6 e, soprattutto, la DM7, che trasformò il marchio in un player internazionale. Osservandola oggi è impossibile non notare quel tweeter collocato sopra il mobile principale. Non era una scelta estetica, ma la risposta a un preciso problema acustico. Separando fisicamente il trasduttore per le alte frequenze si riducevano le diffrazioni provocate dal cabinet e si migliorava la dispersione. Ancora una volta la forma seguiva la funzione. E molte delle soluzioni che oggi consideriamo tipiche della Bowers & Wilkins nacquero proprio in quegli anni. Ma la ricerca non si fermava all’architettura dei diffusori. Uno dei principali campi di studio riguardava i materiali utilizzati per costruire gli altoparlanti. In tutta Europa aziende come KEF, Celestion e altri costruttori stavano sperimentando nuove membrane nel tentativo di ridurre le deformazioni e controllare le risonanze. La risposta di Bowers & Wilkins arrivò con il Kevlar. Quel caratteristico cono giallo, destinato a diventare uno dei simboli dell’azienda, non venne scelto per ragioni estetiche né semplicemente per la sua rigidità. John Bowers e i suoi progettisti erano interessati soprattutto al modo in cui il Kevlar dissipava l’energia delle onde di flessione, evitando quei bruschi fenomeni di break-up che caratterizzavano molti materiali tradizionali. Fu una scelta destinata a fare scuola.

La serie 800

Se esiste un momento nel quale la Bowers & Wilkins entra definitivamente nella storia dell’alta fedeltà, quel momento arriva nel 1979 con la nascita della serie 800 e più precisamente la 801, un diffusore che cambiò il mercato. Per comprendere l’importanza di questo progetto bisogna ricordare il contesto nel quale fu presentato. I monitor professionali erano ancora dominati dalla tradizione BBC, eccellenti sotto molti aspetti ma figli di una filosofia progettuale diversa. La 801 rompeva completamente gli schemi. Il grande woofer lavorava in un volume dedicato, mentre il medio e il tweeter erano completamente separati dal cabinet principale per ridurre le interferenze meccaniche. Il crossover veniva sviluppato attraverso un’enorme quantità di misure e verifiche sperimentali, mentre ogni dettaglio costruttivo era finalizzato a minimizzare qualsiasi forma di colorazione. La 801 non cercava di impressionare l’ascoltatore ma bensì di scomparire. Non sorprende quindi che, nel giro di pochi anni, gli studi di registrazione iniziassero ad adottarla come monitor di riferimento. Fu probabilmente il riconoscimento più importante per John Bowers. Significava che la sua idea di neutralità non aveva convinto soltanto gli audiofili, ma anche chi la musica la registrava e la produceva.

La prima versione della 801, destinata a fare scuola sia tra le pareti domestiche che negli studi di registrazione

Lo Steyning Research Establishment

Il successo della serie 800 consentì all’azienda di compiere un passo che nessun costruttore Hi-Fi delle sue dimensioni aveva mai osato. Nel 1981 nacque lo Steyning Research Establishment che non era semplicemente un laboratorio interno, ma un autentico centro di ricerca dedicato all’acustica e alla progettazione dei diffusori. Interferometria laser, simulazioni agli elementi finiti, camere anecoiche, studi sui materiali compositi e analisi vibrazionali entrarono stabilmente nel processo di sviluppo. Per John Bowers la ricerca non rappresentava un costo, era il prodotto e ancora oggi molte delle tecnologie sviluppate nei moderni diffusori della casa inglese affondano le proprie radici nelle ricerche avviate proprio a Steyning oltre quarant’anni fa.

L’eredità di John Bowers

Quando John Bowers morì improvvisamente nel 1987, molti pensarono che l’azienda avrebbe inevitabilmente perso la propria identità e invece accadde esattamente il contrario. I tecnici che avevano lavorato al suo fianco continuarono a sviluppare idee e progetti, fra figure come John Dibb che andò in pensione celebrando i 40 anni dell’azienda con le Signature Diamond, tra i migliori diffusori celebrativi mai costruiti, e il giovane Laurence Dickie, destinato a diventare uno degli ingegneri più brillanti dell’intero panorama audio.

La nautilus, un icona intramontabile

Da quella stagione nacque nel 1993 la Nautilus che ancora oggi è uno dei diffusori più belli mai costruiti, ma ridurla a un oggetto di design significa non averne compreso il significato. La Nautilus era (per certi versi lo è ancora) un laboratorio su quattro altoparlanti. Un progetto nel quale ogni compromesso industriale veniva eliminato per verificare fin dove fosse possibile spingere la ricerca. Le lunghe trombe posteriori, i volumi separati, le forme prive di superfici parallele e il controllo delle riflessioni interne costituivano la dimostrazione pratica delle teorie sviluppate negli anni precedenti. Quasi tutto ciò che oggi troviamo nella moderna serie 800 deriva, direttamente o indirettamente, da quell’esperimento.

La Nautilus del 1993 è probabilmente il diffusore più iconico mai costruito. A tutt'oggi è in produzione

Una filosofia che continua

Negli anni successivi la serie 800 ha continuato a evolversi attraverso le versioni Matrix, Nautilus, Diamond e le attuali D5. Sono cambiati i materiali, sono arrivati il tweeter in diamante sintetico, il Continuum Cone, le strutture interne sempre più sofisticate e cabinet progettati con strumenti che John Bowers probabilmente non avrebbe nemmeno immaginato, ma il principio è rimasto identico. Ogni nuova generazione nasce con un unico obiettivo: ridurre ulteriormente ciò che il diffusore aggiunge alla musica. È questa, probabilmente, la vera eredità di John Bowers. Molte aziende costruiscono ottimi diffusori. Poche possono affermare di aver mantenuto la stessa idea progettuale per oltre sessant’anni, attraversando cambi di proprietà, evoluzioni tecnologiche e trasformazioni del mercato senza perdere la propria identità.

Il diamante sintetico, introdotto con la serie 800D nel 2005 ha poi trovato numerosi affinamenti, ed è uno dei migliori in commercio

È forse questo il motivo per cui, ancora oggi, entrare in uno studio di registrazione e trovare una coppia di Bowers & Wilkins serie 800 dietro il banco di regia continua a trasmettere la stessa sensazione di autorevolezza che si provava alla fine degli anni Settanta. Non è soltanto un grande diffusore. È la dimostrazione che, in alta fedeltà, la ricerca scientifica e la passione possono davvero convivere.

I cambi di proprietà

Resta infine il capitolo, più recente e inevitabilmente meno romantico, dei cambi di proprietà. Dopo la morte di John Bowers, avvenuta nel 1987, il controllo dell’azienda passò progressivamente nelle mani dell’imprenditore svizzero Robert Trunz, che era entrato nel capitale alcuni anni prima acquistando il distributore nordamericano di B&W e successivamente quote della casa madre. Fu proprio Trunz ad assumere la guida dell’azienda dopo la scomparsa del fondatore, garantendo continuità ai grandi progetti di ricerca già avviati, fra cui quello che avrebbe portato alla Nautilus. La seconda grande fase inizia nel 1996, quando Joe Atkins rileva il controllo della società acquistando le quote di Robert Trunz. Atkins non era un ingegnere né proveniva dal mondo dell’audio: era un imprenditore canadese con solide esperienze nel settore automobilistico. Tuttavia, ebbe il merito di comprendere il valore del marchio e di investire nella sua crescita internazionale senza snaturarne la filosofia tecnica. Sotto la sua gestione Bowers & Wilkins consolidò il proprio prestigio, ampliò la presenza nei mercati internazionali, sviluppò il settore delle cuffie e dell’audio lifestyle e rafforzò le collaborazioni con il mondo automotive. È difficile immaginare la B&W moderna senza il “periodo Atkins”, durato circa vent’anni. Dopo un lungo periodo nel quale Joe Atkins, ex distributore B&W americano comprò da John Bowers l’azienda mantenendola florida, nel 2016 Bowers & Wilkins passa sotto il controllo di EVA Automation, società americana guidata da Gideon Yu.

Joe Atkins, ex distributore B&W americano comprò da John Bowers l’azienda mantenendola florida fino alla cessione ad Eva Automation

L’idea era quella di proiettare il marchio in una dimensione più ampia, legata all’audio connesso e alla casa digitale, ma quell’esperienza non ebbe la solidità industriale che molti si aspettavano. Nel 2020 il marchio entra quindi nell’orbita di Sound United, il gruppo che già controllava Denon, Marantz, Polk Audio, Definitive Technology, Classé e Boston Acoustics. Due anni più tardi Sound United viene acquisita da Masimo, azienda americana specializzata in tecnologie medicali. Una scelta che, vista dall’esterno, apparve subito curiosa: un colosso del biomedicale che si ritrovava proprietario di alcuni dei nomi più importanti dell’audio mondiale. Il passaggio successivo arriva nel 2025, quando Masimo cede Sound United a HARMAN International, società del gruppo Samsung. L’operazione porta Bowers & Wilkins nello stesso universo industriale di marchi come JBL, AKG, Mark Levinson, Revel e Arcam. HARMAN ha annunciato il completamento dell’acquisizione nel settembre 2025, includendo nel perimetro dell’operazione Bowers & Wilkins, Denon, Marantz, Polk Audio, Definitive Technology, HEOS, Classé e Boston Acoustics. Per chi conosce la storia del marchio, questi passaggi societari possono generare qualche legittima domanda. Bowers & Wilkins è nata dal carattere di un uomo, dalla sua ossessione per la misura, dalla convinzione che la ricerca dovesse guidare ogni scelta progettuale. Oggi appartiene a un grande gruppo globale. Ma la storia dell’azienda insegna anche un’altra cosa: il valore di B&W non è mai stato soltanto nel nome, né nella proprietà del momento. È sempre stato nella cultura tecnica che ha saputo costruire attorno ai suoi prodotti. Ed è probabilmente qui che si giocherà il futuro. Se la nuova dimensione industriale saprà rispettare quella cultura, Bowers & Wilkins potrà continuare a essere ciò che è stata per più di mezzo secolo: non semplicemente un marchio prestigioso, ma uno dei pochi costruttori capaci di far convivere rigore scientifico, produzione industriale e autentica passione per la musica.

Scritto da Audio 2G

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