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La storia di Musical Fidelity

La storia di Musical Fidelity comincia nel 1982 e coincide, almeno per i suoi primi trentasei anni, con la personalità di Antony Michaelson. Musicista prima ancora che imprenditore, Michaelson aveva studiato clarinetto e proveniva da un’esperienza nel mondo dell’amplificazione valvolare. Prima di fondare Musical Fidelity aveva infatti partecipato all’attività di Michaelson & Austin, azienda britannica conosciuta soprattutto per amplificatori a valvole di grande potenza. Quell’esperienza si concluse senza successo sul piano industriale, ma lasciò a Michaelson una conoscenza diretta tanto della progettazione audio quanto delle difficoltà legate alla produzione e alla commercializzazione di apparecchi Hi-Fi.

La nascita di Musical Fidelity avvenne quasi per necessità personale. Michaelson non era soddisfatto del preamplificatore che utilizzava nel proprio impianto e ne realizzò uno per sé (come del resto capitò anche a Soul Marantz, leggi la storia qui). Un rivenditore, dopo averlo ascoltato, gli chiese di costruirne alcuni esemplari; furono venduti rapidamente e da quell’episodio prese forma una nuova attività. Il primo prodotto commercializzato con il marchio Musical Fidelity fu The Preamp, introdotto nel 1982 e seguito dal finale Dr Thomas, un apparecchio compatto, costruito nel tipico formato britannico “shoebox”. Non si trattava ancora della Musical Fidelity dei grandi amplificatori e delle elettroniche monumentali, ma erano già riconoscibili alcuni elementi che avrebbero accompagnato tutta la storia dell’azienda: circuitazioni relativamente semplici, attenzione all’alimentazione, volontà di offrire prestazioni elevate a prezzi ancora accessibili e una certa insofferenza verso le convenzioni del mercato. Il prodotto che trasformò Musical Fidelity da giovane costruttore britannico in un marchio conosciuto internazionalmente fu l’A1. Sulla data esatta esiste una piccola incongruenza persino nella documentazione attuale dell’azienda: la cronologia ufficiale Musical Fidelity ne colloca il lancio nel 1984, mentre la pagina dedicata alla riedizione moderna indica il 1985 come anno di uscita dell’originale. È quindi corretto collocarne la comparsa tra il 1984 e il 1985, nel pieno della rinascita dell’Hi-Fi britannica.

L’A1 era un amplificatore integrato dichiarato per circa 20-25 watt per canale, fortemente polarizzato in Classe A. La sua costruzione era immediatamente riconoscibile: il mobile stesso, con la superficie superiore alettata, veniva utilizzato come grande dissipatore di calore. Durante il funzionamento raggiungeva temperature molto elevate, una conseguenza diretta della polarizzazione dello stadio finale e delle dimensioni compatte nelle quali il circuito era stato racchiuso. Era un amplificatore pensato per offrire a un prezzo relativamente contenuto una riproduzione fluida, corposa e priva delle asprezze che venivano spesso associate agli amplificatori a transistor economici dell’epoca -quasi tutti giapponesi-.

Michaelson avrebbe successivamente affermato che con l’A1 Musical Fidelity aveva contribuito a creare una nuova categoria, quella dell’amplificazione “budget audiophile”: un prodotto economicamente raggiungibile ma capace di far entrare l’acquirente in un tipo di ascolto fino ad allora associato ad apparecchi molto più costosi. Il progetto è legato anche al lavoro di Tim de Paravicini, ma sarebbe riduttivo attribuire l’intera nascita dell’apparecchio a una sola persona senza distinguere tra concezione del prodotto, sviluppo del circuito e industrializzazione. L’A1 fu il risultato della collaborazione tra Michaelson e de Paravicini all’interno della prima struttura Musical Fidelity e diventò il simbolo più duraturo dell’azienda. Il successo dell’A1 aprì la strada a una gamma molto più ampia. Nella seconda metà degli anni Ottanta arrivarono l’A100, più potente e ancora legato alla filosofia della Classe A, e una serie di preamplificatori e finali che portarono Musical Fidelity verso fasce di mercato superiori. Tra questi ebbe particolare importanza l’A370, introdotto nel 1986, un grande finale a transistor da circa 185 watt per canale, capace di pilotare diffusori ben più impegnativi di quelli normalmente associati agli integrati britannici dell’epoca. Con l’A370 Musical Fidelity mostrò per la prima volta in modo evidente quella tensione verso le grandi riserve di corrente e le potenze molto elevate che sarebbe tornata più volte nella produzione successiva. Musical Fidelity affrontò tra le prima il problema della conversione digitale. Il Digilog, apparso alla fine degli anni Ottanta, fu il primo convertitore budget D/A separato rivolto a un pubblico audiofilo e venduto a un prezzo inferiore rispetto a molte delle alternative High End allora disponibili. Era il 1988.

Scritto da Audio 2G

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