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Operazioni nostalgia

Quando si rientra dall’High End di Monaco (è così che si chiama), la domanda che capita di sentirti fare è sempre la stessa:

Allora, che novità c’erano? Hai sentito qualcosa che suonava veramente bene?”

A quel punto uno si sente in dovere di dire che sì, c’erano tante cose nuove e che:

“…beh, si… la sala… ecco, la sala di xyz suonava bene”.

Ammetto che in quella baraonda faccio fatica a capire se una stanza suona bene o meno. Ma in un certo senso ciò mi agevola, visto che se qualcuna mi impressiona evidentemente è perché il suono è davvero buono. Direi che quest’anno tale sensazione l’ho avuta in due sole salette se la memoria non mi inganna. Ma non è importante, non è di questo che voglio scrivere.

Mi hanno colpito, tra le altre cose di cui semmai vi riferirò più avanti, due “operazioni nostalgia” declinate in modo diverso. La prima è quella messa a segno dal vulcanico Heinz Lichtenegger, patron della Pro-Ject e di diversi altri marchi, che ha pensato di commissionare ad un valente tecnico inglese il re-make del Musical Fidelity A1. Per chi non lo sapesse si tratta di un piccolo amplificatore integrato da 25 W in pura Classe A che, al tempo della sua uscita nella metà degli anni ’80 del secolo scorso, fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Caratterizzato da un industrial design innovativo, in cui l’elemento dominante era costituito dal coperchio alettato che fungeva da dissipatore per il (tanto) calore generato – in Italia venne ribattezzato “la bistecchiera” – l’A1 suonava in modo assai diverso rispetto alla concorrenza, prevalentemente nipponica, dell’epoca. A ben vedere fu il primo amplificatore dal costo relativamente contenuto capace di esprimersi al livello dei prodotti High End.

Il nuovo Musical Fidelity A1

Certo, la sua ridotta potenza non gli permetteva di sonorizzare grandi ambienti, né di interfacciarsi con i diffusori più ostici; inoltre alcune scelte fatte per contenere i costi si rivelarono penalizzanti rispetto alla qualità del suono. Per risolvere il problema della poca potenza la Musical Fidelity realizzò successivamente una versione “pompata”, si chiamava A100, che non riusciva però nella stessa magia sonica. Alla Pro-Ject hanno dunque deciso di riproporre quel gioiellino, mantenendone inalterata la veste estetica (solo qualche mm di differenza in più), nonché lo schema circuitale. Ovviamente la componentistica è stata attualizzata migliorandone le prestazioni in tutti i sensi. Quel che mi è parso interessante è il prezzo che si annuncia nell’intorno dei 1.500,00 €.

La coppia Ls3/5a e A1 di Musical Fidelity

Ai tempi del successo dell’A1 c’era chi sosteneva che l’accoppiata ideale fosse quella con le Ls3/5a. Anche in questo caso, ad uso e consumo dei pochi che non ne fossero a conoscenza, dirò che questo diffusore fu originariamente progettato dagli ingegneri della BBC negli anni ’70 per ambienti di ascolto in cui lo spazio fosse particolarmente ristretto, come accadeva nelle sale di controllo mobili per la televisione poste all’interno dei truck. L’obiettivo progettuale era quello di fornire la riproduzione più accurata possibile della voce umana e una risposta in frequenza lineare a partire da 100Hz. Il risultato fu un diffusore a 2 vie in cassa chiusa, con le dimensioni di una scatola da scarpe, sul quale era montato un piccolo woofer da 11 cm di diametro (il Kef B110 con cono in Bextrene), che ne limitava un pò l’estensione in gamma bassa. La produzione non è mai stata gestita direttamente dalla BBC, bensì concessa in licenza ad alcuni dei costruttori britannici più blasonati dell’epoca: Rogers, Spendor, Harbeth, KEF e Chartwell. Per ottenere la licenza di costruzione ogni azienda doveva aderire ai rigorosi standard della BBC così da garantire che le caratteristiche e le prestazioni delle varie versioni di LS3/5a fossero costanti indipendentemente da chi le realizzava.
Coerentemente con il brief progettuale le Ls3/5a si esprimono al meglio ad una distanza di ascolto ravvicinata, compresa cioè tra i due e quattro metri di distanza. In tali condizioni risultano particolarmente convincenti grazie alla loro chiarezza e velocità. In particolare la gamma media è estremamente dettagliata e realistica, coerentemente con quanto è richiesto ad un monitor da studio. Anche l’immagine spaziale che riescono a ricreare, tenuto conto che si tratta di un progetto di cinquant’anni fa, è al livello delle migliori realizzazioni odierne.
Nel caso delle Ls3/5 la Musical Fidelity ha fatto le cose per bene, adottando un approccio di tipo filologico. Del resto non potrebbe essere diversamente stante il fatto che hanno ottenuto la certificazione della BBC, come orgogliosamente riportato sulla targa apposta sul pannello posteriore. Il prezzo non è esattamente economico, vale a dire nell’intorno dei 2.500,00 €.

Naim Nait 50

L’altra operazione nostalgia alla quale facevo riferimento in apertura è quella proposta dalla NAIM che, per celebrare i suoi 50 anni di attività, ha voluto riproporre lo storico integrato NAIT 1 del 1983. Anche in questo caso si trattava di un piccolo integrato di grande qualità da soli 20 W per canale, dotato di tre ingressi, uno dei quali phono per testine MM, con connessioni a norma DIN il che costringeva gli utenti a procurarsi degli adattatori RCA->DIN. Il NAIT 1 ottenne una grande notorietà grazie alla sua capacità di pilotare carichi complessi a dispetto di una potenza piuttosto contenuta e grazie alla sua “estroversa” personalità sonica. La produzione durò soli quattro anni giacché nel 1987 venne sostituito dal NAIT 2. L’attuale re-make mantiene del tutto inalterata la bellissima veste estetica del NAIT 1 che è stata riproposta in modo del tutto fedele all’originale, compreso il bordo argenteo del pannello frontale. L’unica concessione alla modernità è la scritta Stream che contraddistingue uno degli ingressi linea. Ciò non deve però far pensare che il NAIT 50 sia equipaggiato con un DAC a bordo. Più radicale invece è stato l’intervento su ciò che sta “sotto al cofano”: la potenza è ora di 25 W e si è lavorato in chiave di attualizzazione rispetto alle tecnologie correnti, pur mantenendo l’impostazione circuitale originale al fine di preservarne le sonorità. La notizia triste è che ne verranno prodotti soli 1973 esemplari, per ricordare l’anno di avvio della produzione di NAIM. Ciò ne fa un modello a tiratura limitata, un malvezzo che personalmente trovo deprecabile.

Naim Nait 50

Pensiero conclusivo: questi due prodotti sono pensati solo per solleticare i ricordi dei vecchi audiofili come me o l’obiettivo è quello di catturare anche dei nuovi adepti? Se la risposta giusta fosse la prima sarebbe un pò triste: come certificare la rinuncia a rendere l’Hi-Fi nuovamente attrattiva per i più giovani, concentrandosi solo sugli ormai anziani superstiti.

Alla prossima.

Scritto da Giulio Salvioni

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