Il nuovo A1 è stato sviluppato da Simon Quarry partendo dagli schemi e dagli esemplari storici. Il circuito del preamplificatore riprende quello del modello originale, e la disposizione delle sezioni sulla scheda segue fedelmente l’impostazione dell’epoca. Non si tratta tuttavia di una replica indistinguibile. I transistor sono equivalenti moderni selezionati, i componenti passivi sono stati aggiornati, il potenziometro è un ALPS RK motorizzato, è stato aggiunto il telecomando e un comando Direct consente di escludere uno stadio di guadagno. L’alimentazione è stata modificata adottando avvolgimenti separati per i due canali, la capacità di filtraggio è stata aumentata e sono stati ridotti rumore, ronzio e dispersione termica del trasformatore. Anche lo stadio phono MM/MC è stato rivisto. È dunque corretto definirla una riedizione fedele nella topologia e nella filosofia, ma tecnicamente aggiornata nei componenti, nell’alimentazione, nella disposizione interna e nelle funzioni.
La Musical Fidelity attuale non è semplicemente una filiale di Pro-Ject e non è nemmeno la continuazione immutata dell’azienda di Michaelson. È un marchio appartenente ad Audio Tuning, inserito nello stesso gruppo industriale di Pro-Ject, che conserva una propria identità progettuale e un catalogo autonomo. L’epoca Michaelson ha definito il linguaggio del marchio: l’A1 e la Classe A, la potenza dell’A370, l’ibridazione tra tubi e transistor, i piccoli cilindri della serie X, i Nuvistor, le serie Tri-Vista e kW, il Titan e infine le famiglie M. L’epoca Lichtenegger ha ereditato questo patrimonio, lo ha riorganizzato industrialmente e ha scelto di utilizzarlo come base per nuovi prodotti e per riedizioni storiche attentamente aggiornate

In oltre quarant’anni Musical Fidelity ha cambiato spesso forma, dimensioni e fascia di prezzo. Ha costruito amplificatori integrati piccoli e roventi, finali da un kilowatt, DAC separati quando il digitale era ancora agli inizi, buffer valvolari economici, lettori CD dall’aspetto inconsueto, sistemi all-in-one, preamplificatori a quattordici valvole e moderne elettroniche ibride con alimentazioni separate. La sua identità non può essere ridotta a un generico “suono inglese” né a una sola tecnologia. Il vero filo conduttore è stato piuttosto il tentativo di combinare musicalità, capacità di pilotaggio e valore economico, passando senza timore dall’accessibile all’High End più estremo.
L’A1 rimane il prodotto che meglio sintetizza questa storia. Non è il più potente, il più complesso o il più costoso apparecchio mai costruito da Musical Fidelity, ma è quello che ha definito più chiaramente la reputazione del marchio. La sua riedizione, quasi quarant’anni dopo l’originale, non rappresenta soltanto un’operazione nostalgica: mostra come il passaggio da Antony Michaelson a Heinz Lichtenegger e ad Audio Tuning sia stato interpretato soprattutto come una continuità critica, nella quale il patrimonio storico viene conservato ma non semplicemente congelato


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