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Marten Parker Trio diffusori da pavimento

Marten Parker Trio: Ascolto

Prima di addentrami nell’arduo compito di descrivere come suonano le Marten Parker Trio, vorrei fare una considerazione di carattere generale. Il nostro lavoro di recensori prevede l’ascolto di una moltitudine di apparecchi cercando di comprenderne nel modo più accurato possibile il “carattere”, per poi trasmetterlo ai nostri lettori. Ok, ma cosa significa “carattere” in questo contesto? Qui il discorso si fa un pò più scivoloso perché non parliamo più di dati oggettivi, di numeri rilevati con degli strumenti di misura. No, qui parliamo di come i componenti della catena audio – i diffusori nel caso specifico – sollecitano i nostri sensi, di come muovono il nostro animo (ammesso che ci riescano). Di quali sono le carte che possono giocarsi per evocare una certa esperienza di ascolto, magari dal vivo, che ci ha emozionato ed è rimasta vividamente impressa nella nostra memoria. Sono consapevole del fatto che alcuni (parecchi) tra quanti leggeranno queste note di ascolto inorridiranno per il mio approccio così poco scientifico. Però a costoro vorrei augurare che almeno una volta nella vita capiti di provare l’emozione che l’ascolto di una sistema audio degno di tale nome può dare. In quel momento – secondo me – non si pensa più ai numeri, alle tecnologie, ai rapporti qualità/prezzo. In quel momento si viene sopraffatti dalla bellezza, dall’emozione indotta dalla musica.

Torniamo alle Parker Trio e, dopo tutto il discorso appena fatto, al loro carattere che mi è parso chiaro ed evidente sin dai primi minuti di ascolto. Contrariamente alla maggior parte dei diffusori recensiti (e anche posseduti) nel corso degli anni, l’impressione che ho avuto è stata quella di conoscere le Parker Trio da sempre. Cioè: non ho dovuto sforzarmi per capire come suonano, perché ciò che ascoltavo era sempre ed invariabilmente ciò che avrei voluto ascoltare, ciò che mi aspettavo di ascoltare. Come se le Parker Trio conoscessero a priori il mio ideale di “estetica del suono” e me lo presentassero senza alcuno sforzo. Con semplicità e naturalezza anche a fronte di una elevatissima risoluzione intrinseca e di una grande trasparenza.

Per quel che mi riguarda è la prima volta che faccio un complimento del genere ad un diffusore (non mi sono espresso così nemmeno per le mie Vivid Audio Giya G 2.1), pertanto potrei anche finire qui questa recensione. Però mi corre l’obbligo di sviluppare meglio il discorso e quindi non mi sottrarrò a tale compito.

Versione Piano Black

Nella recensione video delle Marten Parker Duo avevamo detto che quei diffusori avrebbero fatto la felicità di chi, pur volendo accedere al suono Marten, non dispone di una sala di ascolto di dimensioni quantomeno medie. La mia preoccupazione, all’atto del posizionamento delle Parker Trio in Sala 2, era che fossero troppo grandi rispetto alla cubatura di quella stanza. Tuttavia si trattava di un timore infondato: la gamma bassa si è subito rivelata non solo articolata, velocissima e timbricamente accurata, ma anche ben frenata e mai invadente. La cosa interessante poi è che per goderne appieno non è necessario salire con il volume dell’amplificatore, giacché anche a livelli bassi non si perde nulla. Ciò detto mi preme sottolineare che la gamma bassa di questi diffusori non va nella direzione del famoso “pugno nello stomaco” che tanto seduce alcuni ascoltatori. Per chi è in cerca di quel genere di “sensazioni forti” le Parker Trio potrebbero essere sin troppo gentili e rilassate. Al contrario possono essere ideali per chi è alla ricerca della massima raffinatezza timbrica e di una risposta nel tempo impeccabile. Si, perché il basso della  Parker Trio arriva velocissimo ed altrettanto velocemente e naturalmente decade. In certi passaggio hanno addirittura evocato il ricordo delle mie vecchie Magneplanar 1.7 quanto a velocità, ma con un corpo che i dipoli americani potevano solo sognare.

Il posizionamento nella Sala 2 – acusticamente trattata, questo occorre ricordarlo – non è stato particolarmente complesso e con pochi aggiustamenti siamo riusciti ad ottenere una immagine ampia sui tre assi e straordinariamente stabile. Ovviamente è stato necessario lasciare un bel pò di spazio rispetto alla parete di fondo e a quelle laterali. Anche rispetto a questo parametro le Parker Trio si distinguono per naturalezza: lo stage non da mai la sensazione di essere frutto di chissà quale artificio, non si ha mai la sensazione che possa collassare da un momento all’altro. É lì, stabile, lo si percepisce con chiarezza e dopo un pò ci si abitua e lo si dà per scontato.

La gamma media – qui sto pensando ad alcune registrazioni di pianoforte – è un fiorire di luci, colori, chiaroscuri nei quali perdersi. E di ciò ci si rende conto per sottrazione: alcune registrazioni brillano in tal senso e si giovano del trattamento che questi diffusori sanno infondere. Altre invece, meno riuscite, vengono “smascherate” dalle Parker Trio, anche se comunque il risultato complessivo resta sempre più che godibile.

In gamma alta la prestazione è superba grazie alla capacità di enucleare il dettaglio in un contesto di assoluto equilibrio timbrico. Anche in questa regione di frequenze si ha la sensazione di una velocità di risposta ai transienti di livello sbalorditivo, pur se unita ad una dolcezza e setosità (ok, ho utilizzato anch’io questo abusato aggettivo, ma non me ne viene in mente uno migliore) che prevengono qualsivoglia tendenza ad indurirne la risposta. A questo punto mi viene da chiedermi come possa suonare la versione Diamond Edition delle Parker Trio che è dotata di un tweeter in diamante e svariate altre raffinatezze tecniche che dovrebbero garantire una prestazione tale da avvicinarle a quelle dei modelli delle serie superiori del costruttore svedese.

Concludo questa disamina ponendomi una domanda retorica: le Marten Parker Trio sono diffusori adatti a tutti i generi? Io ho provato ad astrarmi da quelle che sono le mie passioni e ho zelantemente ascoltato un pò di tutto dalla Classica al pop, dal Jazz al folk, dalla Fusion all’elettronica, vocale, corale, ecc. Francamente non posso dire di aver trovato una situazione nella quale questi diffusori non abbiano brillato. E allora, forse, la domanda va posta in modo diverso: le Marten Parker Trio sono diffusori adatti a tutti gli ascoltatori? Qui, secondo me, la risposta è: no. No perché per apprezzare fino in fondo le loro doti è necessario avere un background tanto in ambito di riproduzione audio, tanto – e a maggior ragione – in ambito di cultura musicale. Le Marten Parker Trio sono diffusori in grado di regalare emozioni forti, anzi fortissime. Bisogna solo mettersi d’accordo su cos’è che ci emoziona e che necessariamente non può essere uguale per tutti.

Parker Trio white
Inserimento in ambiente della versione bianca.

Quando l’ascolto diventa emozione

l’opinione del Maestro Stefano Greco

Con i miei amici Giulio Salvioni e Giancarlo Valletta, negli anni, ho condiviso molti ascolti interessanti, talvolta bizzarri e inaspettati. Raramente mi sono anche emozionato.

Questa volta Giulio mi ha invitato ad ascoltare le Marten Parker Trio e, confesso, ci sono andato con aspettative già alte. Si tratta, oggettivamente, di diffusori di grande fascino, con una reputazione critica solida. Ero ben disposto. Forse troppo, mi dicevo, per poter essere davvero sorpreso.

Mi sbagliavo.

Quello che non avevo messo in conto è quanto certi diffusori riescano a restituire non solo la musica, ma lo spazio in cui quella musica respira. Da pianista, sono abituato a percepire la sala come parte integrante del suono: la risonanza, la profondità, la distanza tra le dita e il pubblico. Le Parker Trio hanno ricreato tutto questo con una naturalezza che ho trovato quasi commovente.

La resa timbrica è di una pulizia rara, priva di quella patina artificiale che tradisce anche i migliori sistemi. Ma la vera sorpresa è stato il coinvolgimento emotivo: non mi sono ritrovato ad analizzare ciò che ascoltavo, ma semplicemente ad ascoltare. A lasciarmi trasportare.

Per chi, come me, trascorre la vita a fare i conti con la differenza tra una nota suonata e una nota sentita, è una distinzione che conta moltissimo.

Abbiamo ascoltato parecchi brani, di generi diversi. Il jazz del Marcin Wasilewski Trio era coinvolgente e divertente: si sentiva quasi la tentazione di voltare la testa ogni volta che il pianista si alternava con il contrabbassista o il batterista. La musica sinfonica (Mahler – Sinfonia No. 3, Boulez) sembrava andare oltre i confini della sala d’ascolto; il suono del pianoforte classico (Corigliano – Fantasia on an Ostinato, Trifonov) aveva una densità che, da pianista, percepisco raramente in una riproduzione.

Più che davanti a una resa dettagliata, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una riproduzione pienamente musicale, capace di attraversare tutte le frequenze senza perdere naturalezza. Da musicista, la differenza è questa: non aver ascoltato bene la musica, ma esserne stati toccati.

Stefano Greco

Scritto da Audio 2G

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